
“Nessuno chiederà alla Serbia di riconoscere il cosiddetto Kosovo indipendente”, evidenziano i funzionari europei. Però, l’insistenza di Bruxelles su un’applicazione coerente degli accordi “generali” raggiunti nel dialogo fra Belgrado e Pristina, senza un’ulteriore concretizzazione, conferma il contrario. Per farla breve, l’applicazione di questi accordi, nell’interpretazione esclusiva di Pristina, porterebbe al riconoscimento diretto della provincia meridionale serba, e questo è inaccettabile per la Serbia, e soprattutto per i serbi kosovari. Di questo ”problemino” si dovrebbe, e come, tener conto prima di fare delle critiche sul conto di Belgrado o dei serbi nel nord del Kosovo e Metochia. Servizio di Ivana Subasic.
Quando sono stati raggiunti, ormai contestabili accordi sulla libertà di movimento e sulla presenza di Pristina ai raduni regionali, sembrava che la risoluzione del problema kosovaro si sia smossa dal punto morto. L’attuale situazione sul terreno, però, ci porta a due conclusioni – che il problema del Kosovo, soprattutto della sua parte settentrionale, sarà sempre aperto, che a lungo termine rappresenta un rischio per la stabilità nella regione oppure il cosiddetto dialogo tecnico riceverà un quadro politico per la soluzione finale dello status kosovaro, cioè del nord della provincia.
È chiaro che i serbi locali nel Kosovo settentrionale non accetteranno mai le istituzioni di Pristina. Questo è stato ripetuto venerdì, quando hanno consegnato alle forze internazionali in Kosovo una lettera di protesta per la decisione di Pristina di vietare sull’intero territorio della provincia, nord incluso, le targhe rilasciate dal Ministero dell’interno serbo, contrariamente all’accordo sulla libertà di movimento. Le autorità kosovare però, accusano sempre Belgrado di ritardare l’applicazione degli accordi e insistono, non solo sulle targhe KS e RKS, ma annunciano anche che dal 10 settembre tutti, e quindi anche i serbi nel Kosovo settentrionale, dovranno avere le patenti di guida rilasciate da Pristina. Questo significa che, se i serbi del nord desiderano prendere la patente di guida o le targhe KS RKS, dovranno prima richiedere la carta d’identità kosovara (albanese). Quindi, la questione delle targhe non solo non è una questione tecnica, ma porta al riconoscimento indiretto delle autorità di Pristina.
Bruxelles ha forse fretta di sciogliere il nodo kosovaro, ma le mosse che fa, a quanto parte, non portano a una soluzione di compromesso. Non si può chiedere alla Serbia di cooperare nel senso di accettare la realtà sul terreno, se non si prendono, allo stesso tempo, in considerazione gli interessi di Belgrado, e soprattutto della comunità serba nel nord della provincia e a sud del fiume Ibar. Per questo motivo, i messaggi di alcuni funzionari europei che Belgrado deve rispettare pienamente gli accordi, nonché la recente dichiarazione dell’intermediario europeo nel dialogo, Robert Cooper, che la Serbia sta interpretando in modo sbagliato l’accordo sulla presenza di Pristina ai raduni regionali, non soltanto complica aggiuntivamente la situazione, ma mette in questione anche tutti gli altri accordi raggiunti finora tra Belgrado e Pristina.
Dunque, il problema principale nel Kosovo settentrionale non è la criminalità organizzata, né i rinvii di Belgrado nell’applicazione dell’accordo, come affermano gli esponenti kosovari, ma il fatto che i serbi locali non si sentono al sicuro perché non credono nelle “buone intenzioni” di Pristina e delle forze internazionali nella provincia. La conferma migliore è la lettera di protesta dei serbi kosovari, inviata al comandante della KFOR Erhard Drews, e al capo dell’EULEX Xavier de Marnhac, nella quale i membri delle missioni internazionali di pace si invitano ad una stabile neutralità, al rispetto della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, al rispetto dei diritti umani. In breve, i serbi dal nord si aspettano dalle missioni di pace di rispettare la volontà della maggioranza sul rigetto delle istituzioni kosovare e di smettere di appoggiare l’integrazione forzata del nord della provincia nelle istituzioni kosovare. Nel caso contrario, ogni messaggio in cui si afferma che alla Serbia non si chiede di riconoscere il Kosovo sarà poco convincente.
